E’ una mattina di giugno, esco di casa per fare una passeggiata, mentre mi avvicino al supermercato scorgo un ragazzo, mi chiedo se abbia raggiunto la maggiore età, il suo volto mi annienta, è un volto segnato dalla fatica, dal dolore.. la profondità dei suoi occhi mi entra dentro, occhi tristi, gli occhi di chi ha vissuto la fame, la miseria, le guerre.. gli occhi di chi è fuggito dalla propria terra, una terra dilaniata dai conflitti e dalle ingiustizie.
Mi avvicino, lo saluto, mi dice che viene dall’Eritrea, penso al viaggio che avrà dovuto affrontare per arrivare in Italia, non faccio domande, non voglio fargli rivivere quel dolore.
E’ un ragazzo che come tanti altri è arrivato in Italia su un barcone, un ragazzo che pensava che in Italia sarebbe stato al sicuro dopo anni di sofferenze ma al suo arrivo ha trovato solo odio e indifferenza.
Un adolescente che ha dovuto vagare per giorni prima di trovare un centro che lo accogliesse, pensava di aver trovato un porto sicuro, quel porto per cui ha rischiato la vita.. ma il centro è stato chiuso ed il ragazzo deve riprendere il suo cammino.
Cammina in mezzo a folle di persone indifferenti al dolore, nessuno lo nota, è invisibile.
Quel ragazzo deve dormire sotto ad un ponte per cercare di ripararsi dal gelo, è costretto a chiedere le elemosina per sopravvivere.
Non ha documenti con sé, li ha persi durante il naufragio, non conosce la lingua, nessuno lo accoglie.
Caro lettore il ragazzo di cui ti parlo è un ragazzo che come tanti altri ha rischiato di morire per arrivare qui e nonostante ciò non vogliamo aiutarlo, non vogliamo dargli un lavoro perché altrimenti un italiano non potrebbe avere quel lavoro.
Ma la verità, la verità che molti non vogliono accettare è questa: i lavori che gli immigrati sono costretti a fare per sopravvivere sono lavori che non tutti gli italiani farebbero.
Il ragazzo si chiama Akin, mentre mi racconta la sua storia mi perdo nei suoi occhi e penso ai cari che ha perso in mare.
Quando mi dice che dopo mesi finalmente è riuscito a trovare un abitazione il mio cuore sorride e il mio volto inizia ad essere segnato da lacrime che scendono e mi appannano la vista.
Akin mi sorride, mi asciuga le lacrime, mi chiede se può abbracciarmi, lettore mio quell’abbraccio mi fa bene al cuore.
Tutte le mattine vado a trovare Akin, mi parla della sua terra, della sua famiglia, non parla mai del viaggio che ha fatto, non può rivivere quell’esperienza.
Tutti i giorni va alla ricerca di un lavoro, tutti i giorni viene rifiutato, tutti i giorni viene umiliato.
Deve continuare a chiedere le elemosina per non morire di fame, di tanto in tanto qualcuno si avvicina ad Akin per dargli qualcosa da mangiare e in quei momenti capisco che c’è ancora speranza per questo paese.
Una mattina Akin non c’è, so bene che cosa è successo, il mio corpo cede, il mio cuore non sorride più.
CAROLAT
