Roma nun è solo centro,
Roma è periferia
Roma è la gente che vive de stenti
Roma so i padri che se spezzano la schiena pe i figli
Roma so quei pischelletti che giocano a fa i grandi
Roma so i nonni che darebbero la vita pe i loro figli
Roma so i monumenti
Roma so i vicoletti che se aprono agli occhi curiosi dei turisti
Roma è storia
Roma è bellezza
Roma so e ferite della gente spezzata dalla vita
Roma so le lacrime dei padri impotenti
Roma so i sogni dei pischelletti
CAROLAT
Autore: carolat
L’amore a Trastevere
Sono tornata a casa, resto per qualche giorno, questa sera vado al ristorante con i miei nonni.
Entro nel ristorante e con lo sguardo cerco i miei nonni, mi fanno un cenno con la mano e li vedo sorridere, vedere il sorriso sui loro volti mi fa bene al cuore.
Mi avvicino, mi stringono forte in un abbraccio, un abbraccio che sa di casa, un abbraccio che sa tanto di felicità.
Mi siedo, rivolgo il mio sguardo verso i loro volti, volti segnati dal tempo, dalla vita…volti che portano il segno del duro lavoro, dei sacrifici, del dolore, dell’amore.
Come spesso succede quando ci rivediamo dopo un lungo periodo di tempo, mio nonno inizia a parlarmi della sua giovinezza, ed è in quel momento che inizio a perdermi con la mente tra i vicoli di Trastevere e i ricordi di nonno.
Nelle sue rughe scorgo la saggezza delle generazioni passate e nei suoi occhi vedo i ricordi che assieme danzano e riaffiorano per regalare ai nipoti attimi di pura gioia, attimi che conserverò gelosamente nel mio cuore.
Inizia a parlarmi di quando da giovane conobbe mia nonna, nonna era poco più di una bambina, aveva tredici anni e portava ancora i pedalini, tutti la prendevano in giro, pedalinona la chiamavano.
Nonna soleva raccogliere i suoi lunghi capelli in due trecce, era timida, andava a scuola dalle suore, aveva quattro sorelle , il mio bisnonno era un poliziotto conosciuto da tutti i trasteverini per il suo carattere autoritario, le figlie dovevano obbedire al padre altrimenti le avrebbero prese, ne erano spaventate.
Nonno era solare, i lineamenti del volto erano dolci, portava sulle spalle il peso della povertà in cui viveva la famiglia, faceva qualsiasi tipo di lavoro per aiutare i genitori.
I miei nonni sono nati a Trastevere, uno dei rioni più suggestivi della mia città, si sono conosciuti in uno dei suoi vicoli più affascinanti, vicolo del cedro, sono cresciuti mano nella mano e assieme hanno affrontato questo cammino lungo e arduo che è la vita.
Nonno mi racconta delle giornate passate al bar a fare dichiarazioni d’amore alle ciumachelle del rione, indossava il vestito buono e ogni tanto una ragazza ci cascava, iniziavano a frequentarsi ma dopo pochi giorni si stancava, era un birbante mio nonno.
I ricordi continuano a danzare nella mente di nonno e tra un sorso di vino e una forchettata di pasta mi racconta di quella volta in cui decise di intraprendere il percorso per diventare un pompiere, nonostante tutti gli orrori a cui doveva assistere quotidianamente gli piaceva fare il pompiere, era una parte importante della sua vita, non era un semplice lavoro.
Lasciò la caserma poiché nonna era in dolce attesa e non l’avrebbe mai lasciata da sola, credo che questa sia stata una delle prime scelte importanti che dovette fare e credo anche che una piccola parte del suo cuore si penta ancora di tale scelta ma ahimè la vita è cosi, ti pone davanti a un bivio e ti costringe a prendere una decisione.
Avrai sempre qualche rimpianto caro lettore ma l’importante è cercare sempre di fare delle scelte consapevoli e ponderate.
Questa sera nonno mi ha donato una parte importante della sua memoria, una memoria che voglio preservare, per questo motivo sto scrivendo questo breve racconto, affinché l’inchiostro trattenga i ricordi dell’uomo più importante della mia vita dopo mio padre, affinché la mia mente trattenga la memoria di quest’uomo coraggioso che ho di fronte, una memoria che ogni giorno lotta per non essere perduta ed io ti prometto nonno mio adorato che la tua memoria non verrà dimenticata.
Mentre osservo i tratti del suo viso mi soffermo a pensare ai bei momenti che ho passato con nonno quando ero una bambina ma questa lettore mio è un’altra storia.
CAROLAT
Italiani brava gente
Svegliateve italiani
C’avete i peli sur core e nun ve ne rendete conto
Odiate cosi tanto sti ragazzetti che arivano in Italia coi cori spenti
Italiani brava gente, questo è il detto
Dateve na svegliata prima che sia troppo tardi
Ricordateve italiani che ste persone c’hanno dei sentimenti
Ricordateve italiani che gli insulti vostra fanno male come dei cortelli
Ar dolore che prova sta gente sete diventati indifferenti
Svegliateve italiani per il bene dei figli vostri.
CAROLAT
La mia città
Roma mia quanto sei bella
Te stanno a distrugge e chi c’ha er potere se ne fotte
Ma nun te preoccupà, er Cupolone te protegge
Er fontanone raccoglie le tue lacrime
lacrime de rabbia
lacrime de chi ancora ce tiene a sta città.
A gente impazzisce pe’ le tue bellezze
ma nessuno fa niente pe’ preservalle
Che fine t’hanno fatto fa Roma mia
t’hanno imbrattato i muri e i monumenti
hanno dato foco alle panchine dei tuoi vicoletti
sti ragazzetti che giocano a fa i grandi.
Sei invasa dalla monnezza Roma mia e nessuno fa niente
sei ferita dalle buche e chi c’ha er potere se ne fotte.
CAROLAT
Nebbia
Viaggia la mente in cerca di remoti ricordi
viaggia la mente in cerca di promettenti inizi
sospira il cuore perché è lungo il cammino
il futuro è alle porte
il passato alle spalle
arduo è il presente, circondati da una fitta nebbia
sussulta il cuore, che fare?dove andare?
non esitare, l’importante è andare
percorrere il lungo cammino che è la vita
viaggiare, non fermarsi, tornare al porto sicuro che è la nostra casa, la nostra patria
il corpo è fermo, viaggia la mente
essa viaggia alla ricerca di terre lontane,
alla ricerca di un nuovo inizio.
CAROLAT
Akin
E’ una mattina di giugno, esco di casa per fare una passeggiata, mentre mi avvicino al supermercato scorgo un ragazzo, mi chiedo se abbia raggiunto la maggiore età, il suo volto mi annienta, è un volto segnato dalla fatica, dal dolore.. la profondità dei suoi occhi mi entra dentro, occhi tristi, gli occhi di chi ha vissuto la fame, la miseria, le guerre.. gli occhi di chi è fuggito dalla propria terra, una terra dilaniata dai conflitti e dalle ingiustizie.
Mi avvicino, lo saluto, mi dice che viene dall’Eritrea, penso al viaggio che avrà dovuto affrontare per arrivare in Italia, non faccio domande, non voglio fargli rivivere quel dolore.
E’ un ragazzo che come tanti altri è arrivato in Italia su un barcone, un ragazzo che pensava che in Italia sarebbe stato al sicuro dopo anni di sofferenze ma al suo arrivo ha trovato solo odio e indifferenza.
Un adolescente che ha dovuto vagare per giorni prima di trovare un centro che lo accogliesse, pensava di aver trovato un porto sicuro, quel porto per cui ha rischiato la vita.. ma il centro è stato chiuso ed il ragazzo deve riprendere il suo cammino.
Cammina in mezzo a folle di persone indifferenti al dolore, nessuno lo nota, è invisibile.
Quel ragazzo deve dormire sotto ad un ponte per cercare di ripararsi dal gelo, è costretto a chiedere le elemosina per sopravvivere.
Non ha documenti con sé, li ha persi durante il naufragio, non conosce la lingua, nessuno lo accoglie.
Caro lettore il ragazzo di cui ti parlo è un ragazzo che come tanti altri ha rischiato di morire per arrivare qui e nonostante ciò non vogliamo aiutarlo, non vogliamo dargli un lavoro perché altrimenti un italiano non potrebbe avere quel lavoro.
Ma la verità, la verità che molti non vogliono accettare è questa: i lavori che gli immigrati sono costretti a fare per sopravvivere sono lavori che non tutti gli italiani farebbero.
Il ragazzo si chiama Akin, mentre mi racconta la sua storia mi perdo nei suoi occhi e penso ai cari che ha perso in mare.
Quando mi dice che dopo mesi finalmente è riuscito a trovare un abitazione il mio cuore sorride e il mio volto inizia ad essere segnato da lacrime che scendono e mi appannano la vista.
Akin mi sorride, mi asciuga le lacrime, mi chiede se può abbracciarmi, lettore mio quell’abbraccio mi fa bene al cuore.
Tutte le mattine vado a trovare Akin, mi parla della sua terra, della sua famiglia, non parla mai del viaggio che ha fatto, non può rivivere quell’esperienza.
Tutti i giorni va alla ricerca di un lavoro, tutti i giorni viene rifiutato, tutti i giorni viene umiliato.
Deve continuare a chiedere le elemosina per non morire di fame, di tanto in tanto qualcuno si avvicina ad Akin per dargli qualcosa da mangiare e in quei momenti capisco che c’è ancora speranza per questo paese.
Una mattina Akin non c’è, so bene che cosa è successo, il mio corpo cede, il mio cuore non sorride più.
CAROLAT
Mi presento, cercherò di essere breve e concisa:mi chiamo Carola, sono una romana trapiantata a Urbino per motivi di studio, frequento il corso di Laurea in Lingue e Culture straniere.
Le mie due passioni più grandi sono la lettura e la scrittura.
Ho sempre scritto ma solo recentemente ho deciso di iniziare a scrivere seriamente e intraprendere questo percorso che mi entusiasma ma allo stesso tempo mi spaventa:pubblicare i miei racconti brevi.
Racconti che parlano della mia città e del rapporto che ho con i miei nonni, è tutto vero, non sono racconti fittizi, traggono linfa dalle esperienze che ho vissuto direttamente o indirettamente.
Non voglio dilungarmi, ho iniziato a pubblicare i miei scritti appena due mesi fa e so che la strada da percorrere è lunga e tortuosa.
CAROLAT
Ricordi
Nonno una sera mi chiamò e mi chiese <<amore di nonno quando torni a Urbino?>>, mancavano pochi giorni alla partenza e già immaginavo i volti tristi dei miei nonni e la voce spezzata dal pianto di nonna.
La sera prima della partenza vennero a casa per salutarmi e, come ogni volta, nonna tutt’a un tratto si mise a singhiozzare, non c’era alcun bisogno di parlare, in quel momento sentivamo soltanto il bisogno di abbracciarci, lei sapeva ed io sapevo, eravamo entrambe un pò sconsolate, gli addii non sono mai facili, caro lettore non ci si abitua mai agli addii, anche se sono temporanei.
Cercai di consolarla, continuava a singhiozzare ma in cuor suo sapeva che sarei tornata, sapeva che il nostro era un arrivederci, sarei sempre ritornata dalla mia famiglia.
Salutare nonno era per me più complicato, vedere le lacrime che scendevano dai suoi occhi faceva male, ma sapeva che dovevo tornare e stringendomi forte in un abbraccio mi disse <<ci vediamo presto amore di nonno>>.
Li accompagnai alla porta e quando ci stringemmo in un ultimo abbraccio ebbi un flashback, la mia mente mi portò indietro nel tempo, mi fece percorrere il cammino dei ricordi e mi vidi sul motorino con nonno, era domenica, ero poco più di una bambina, nonno sorrideva, io ridevo, stavamo andando verso il Gianicolo.
Era quasi mezzogiorno, e come tutte le domeniche sfrecciavamo tra le vie di Roma per andare a sentire il cannone sparare; dopo lo sparo solevamo sederci su una panchina, nonno tirava fuori dalla tasca della giacca la pizza comprata a San Cosimato e tra un sorriso e qualche risata facevo una promessa a me stessa:non avrei mai dimenticato quei momenti.
Ricordo che non volevo mai tornare a casa, desideravo ardentemente che il tempo si fermasse, eravamo lì, sospesi fra il passato e il presente, il Cupolone faceva da sfondo a quegli attimi.
L’una e mezza era appena passata, dovevamo tornare a casa altrimenti nonna si sarebbe infuriata, lasciavamo la nostra panchina col sorriso sul volto e ci incamminavamo verso il motorino respirando a pieni polmoni l’aria frizzantina di Roma.
CAROLAT
Una tipica domenica trasteverina
Era domenica, e come ogni domenica mio nonno usciva di casa alle nove e mezza per andare al bar, non avrebbe mai rinunciato al caffè domenicale con gli amici di sempre.
Per i trasteverini la domenica era sacra, la giornata era costituita da rituali che si ripetevano senza alcuna modifica da anni, ci si svegliava all’alba per mettere sul fuoco il ragù e dopo aver fatto colazione tutti assieme si andava a Villa Sciarra per immergersi nel verde ed ammirare la città con occhi diversi, occhi che cercavano di cogliere ogni singolo dettaglio di quella verde distesa, occhi di bambina, gli occhi di mia madre.
Camminando per i sentieri di suddetta Villa mia madre, ormai cresciuta, conobbe anni e anni dopo l’amore della sua vita ma caro lettore questa è un’altra storia e mi auguro che attenderai pazientemente di leggerla.
Alle nove e quindici, appena tornati dalla camminata, nonno varcava la soglia di casa e con il giornale sotto il braccio si incamminava verso il bar, i vicoletti erano silenziosi, i bambini dormivano e l’unico rumore che si sentiva era l’eco dei passi delle nonne che andavano al mercato rionale.
Il bar aveva aperto da poco e si poteva ancora sentire il profumo dei cornetti appena sfornati, nonno si sedette al tavolino, quello di sempre, davanti alla chiesa di Santa Maria e si mise a leggere il giornale..venne distratto da una voce che chiamava il suo nome << ao a Ettore>> era Carlo il pompiere, si erano conosciuti all’età di nove anni e non si erano mai persi di vista.
Arrivarono anche Nino,Cesare e Remo, da adolescenti ne avevano combinate delle belle, all’occhio di un estraneo potevano sembrare dei semplici amici ma solo loro sapevano ciò che avevano affrontato, la miseria, la guerra, le fughe sui tetti per cercare di sfuggire alle bombe…
Erano conosciuti da tutti gli abitanti del rione, animavano le serate cantando gli stornelli romaneschi, suonando la chitarra e recitando le poesie di Trilussa, anche i turisti si fermavano per ascoltarli e di tanto in tanto chiedevano di farsi fare delle foto con quel gruppo di amici.
Tra un caffè e una risata si erano fatte le dodici, si sentiva il rimbombo del cannone del Gianicolo, con il sorriso dipinto sui volti si salutarono e con la calma di chi non vuole che un momento del genere finisca si incamminarono per tornare dalle mogli e dai figli.
CAROLAT
